Iniziativa ESG Newsletter | Marzo 2026

Le priorità ESG del 2026: transizione ambientale, qualità della regolazione e capitale umano

La sostenibilità entra nel 2026 in un contesto globale più complesso e frammentato. Tra tensioni geopolitiche, trasformazioni delle catene del valore e nuove politiche climatiche, le imprese europee sono chiamate a gestire la transizione ambientale mantenendo competitività e capacità di innovazione.

Secondo Lara Ponti, Vicepresidente per la Transizione Ambientale e gli Obiettivi ESG di Confindustria, le priorità ESG per il prossimo anno si concentrano su tre direttrici principali: governare la transizione ambientale in un contesto globale non omogeneo, migliorare la qualità della regolazione e rafforzare il capitale umano.

La prima sfida riguarda la gestione della transizione climatica in uno scenario internazionale caratterizzato da approcci molto diversi tra le principali economie. Questa asimmetria incide direttamente sulle filiere produttive e sulle scelte di investimento industriali. Per questo motivo, sostenibilità e competitività devono procedere insieme: le politiche ambientali devono essere accompagnate da strumenti efficaci dal punto di vista industriale e da condizioni operative chiare per le imprese.

Una seconda priorità riguarda la qualità della regolazione. La transizione sostenibile richiede investimenti di lungo periodo e quindi regole stabili, proporzionate e applicabili. In Europa e in Italia la normativa ambientale è tra le più avanzate, ma la sfida riguarda soprattutto l’attuazione. Semplificare procedure e ridurre i tempi autorizzativi può rendere le politiche ambientali più efficaci e favorire innovazione e investimenti.

Il terzo elemento riguarda il capitale umano. La transizione ecologica e digitale richiede competenze sempre più avanzate, ma l’Europa – e in particolare l’Italia – affrontano una crescente carenza di talenti. Il basso tasso di natalità, il numero limitato di laureati e la ridotta partecipazione al mercato del lavoro di giovani e donne rappresentano fattori che possono limitare la capacità di innovazione del sistema produttivo.

Investire in formazione, ricerca e partecipazione al lavoro diventa quindi una condizione essenziale per sostenere la trasformazione dell’economia e rafforzare la competitività delle imprese.

Nel loro insieme, queste dinamiche indicano una direzione chiara: la sostenibilità non è più soltanto un obiettivo ambientale, ma una componente strutturale della politica industriale e della capacità di crescita delle economie europee.

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Governance: cambia il ruolo degli incentivi ESG nella remunerazione manageriale

Negli ultimi anni l’integrazione dei criteri ESG nei sistemi di incentivazione dei dirigenti era stata presentata come una delle evoluzioni più significative della governance d’impresa. Tra il 2021 e il 2023 molte grandi aziende avevano iniziato a collegare una parte della remunerazione variabile dei top manager al raggiungimento di obiettivi ambientali, sociali e di governance, con l’obiettivo di allineare leadership aziendale e creazione di valore di lungo periodo.

Negli ultimi mesi, tuttavia, si sta osservando una revisione di questo approccio. Alcune grandi corporation hanno infatti iniziato a ridimensionare o rimuovere il legame formale tra performance ESG e sistemi di compensazione dei dirigenti.

Uno dei casi più discussi è quello di Apple, che ha eliminato il cosiddetto “modificatore ESG” dai propri piani di remunerazione. Il meccanismo, introdotto nel 2021, consentiva al consiglio di amministrazione di modulare i bonus annuali dei top manager in funzione del rispetto di alcuni obiettivi legati agli Apple Values, tra cui la riduzione delle emissioni e l’utilizzo di materiali riciclati. Nel 2025 il sistema è stato eliminato, pur mantenendo invariati gli impegni pubblici dell’azienda sugli obiettivi climatici.

Scelte analoghe sono state adottate anche da altre grandi società come Starbucks, Salesforce, Mastercard e Procter & Gamble. Secondo le rilevazioni di The Conference Board ed ESGAUGE, la quota di aziende che collegano la remunerazione dei dirigenti a metriche ambientali è scesa al 46,7% nel 2025, rispetto al 52,6% registrato nel 2023.

Alla base di questa revisione vi è anche una crescente attenzione alla qualità e alla misurabilità degli obiettivi ESG. In molti casi i target ambientali o sociali risultavano infatti meno stringenti rispetto a quelli finanziari, con tassi di raggiungimento molto elevati che ne riducevano l’effettiva capacità incentivante.

Il fenomeno non indica necessariamente un arretramento delle strategie di sostenibilità. Piuttosto, molte imprese stanno cercando di integrare i fattori ESG direttamente nella strategia industriale e nei sistemi di gestione del rischio, evitando di trattarli come semplici elementi accessori dei sistemi retributivi.

La sfida per i prossimi anni sarà quindi quella di collegare sempre più chiaramente sostenibilità, performance economica e resilienza di lungo periodo, rendendo l’ESG una componente strutturale della governance aziendale.

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Transizione energetica: crescono le rinnovabili in Europa, ma la competitività passa anche dall’efficienza

Il sistema energetico europeo sta attraversando una trasformazione significativa. Secondo il report Energy in Europe 2026 pubblicato da Eurostat, nel 2024 le energie rinnovabili sono diventate la principale fonte di produzione energetica dell’Unione europea, arrivando a coprire il 48% dell’energia prodotta internamente. Un risultato rilevante, che testimonia l’accelerazione della transizione energetica negli ultimi anni.

Nonostante questo progresso, il quadro complessivo resta complesso. Il mix energetico europeo continua infatti a essere dominato dai combustibili fossili: petrolio e gas rappresentano ancora la quota maggiore dell’energia consumata nell’UE, mentre le rinnovabili coprono circa il 20% dell’energia disponibile. A ciò si aggiunge una forte dipendenza dall’estero: oltre il 57% dell’energia consumata nell’Unione viene importato da paesi terzi, con petrolio e prodotti petroliferi che rappresentano circa due terzi delle importazioni energetiche.

Questo scenario evidenzia una duplice sfida per l’Europa: da un lato accelerare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, dall’altro migliorare l’efficienza energetica dei sistemi produttivi e degli edifici. In questa prospettiva, la transizione energetica non riguarda solo la sostituzione delle fonti fossili, ma anche la riduzione strutturale dei consumi.

Proprio l’integrazione tra efficienza energetica e rinnovabili può rappresentare uno dei principali driver economici della decarbonizzazione. Secondo uno studio presentato da AGICI, gli interventi progettati in modo integrato – ad esempio combinando riqualificazione energetica e installazione di impianti rinnovabili – possono generare benefici economici significativi oltre a ridurre le emissioni.

L’analisi mostra che il valore attuale netto degli investimenti può aumentare fino al 29% negli edifici pubblici, mentre la crescita arriva all’11% nei condomini e al 10% nell’industria energivora. La progettazione integrata consente infatti di ridurre i costi unitari di abbattimento della CO₂ grazie alle sinergie tra tecnologie e a un migliore dimensionamento degli impianti.

In questo scenario, la transizione energetica appare sempre più come una leva non solo ambientale ma anche industriale. La sfida per i prossimi anni sarà trasformare l’aumento delle rinnovabili in un sistema energetico più efficiente, resiliente e competitivo, capace di ridurre la dipendenza dall’estero e sostenere la crescita economica nel lungo periodo.

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Gender diversity e rischio di credito: le imprese con più donne nel management falliscono meno

La presenza femminile nei ruoli di leadership può contribuire a rafforzare la solidità delle imprese. Secondo un’analisi condotta da Cerved Rating Agency su oltre 13 mila società di capitali italiane con rating creditizio attivo, le aziende con una maggiore rappresentanza femminile nel management mostrano infatti un rischio di default mediamente più basso.

In particolare, nelle imprese in cui almeno il 20% dei ruoli apicali è ricoperto da donne, la probabilità media di default si attesta al 4,7%, contro il 5,8% registrato nelle aziende con una presenza femminile inferiore a questa soglia. Il dato suggerisce una correlazione tra maggiore equilibrio di genere nei vertici aziendali e modelli di governance più solidi, spesso associati a una gestione più prudente del rischio.

La tendenza emerge in diversi settori dell’economia. Nel manifatturiero, ad esempio, la probabilità di default scende dal 4,2% al 3,6% nelle imprese con maggiore presenza femminile nel management, mentre nel commercio passa dal 4,6% al 3,7% e nei servizi dal 5,2% al 4,3%. Solo nel comparto delle costruzioni le differenze risultano più contenute.

L’effetto appare particolarmente evidente tra le piccole imprese, dove la presenza di donne nei ruoli decisionali è associata a una riduzione del rischio di credito più significativa rispetto alle aziende di dimensioni maggiori.

Questi risultati si inseriscono in un contesto europeo in cui la partecipazione femminile al mercato del lavoro e alle posizioni dirigenziali resta ancora limitata. Secondo Eurostat, nel 2024 il tasso di occupazione femminile nell’Unione europea era pari al 70,8%, contro l’80,8% degli uomini. Anche nei ruoli di leadership il divario rimane evidente: solo circa un terzo delle posizioni dirigenziali è ricoperto da donne.

Nel complesso, i dati indicano che la diversità di genere non rappresenta soltanto un tema di equità o inclusione, ma può diventare anche un fattore di qualità della governance e di resilienza economico-finanziaria per le imprese.

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Adattamento climatico: la nuova ISO 14092 rafforza la pianificazione della resilienza territoriale

L’adattamento ai cambiamenti climatici sta assumendo un ruolo sempre più centrale nelle strategie di sostenibilità di governi e organizzazioni. In questo contesto si inserisce la nuova ISO 14092:2026, lo standard internazionale che fornisce linee guida per sviluppare e implementare piani di adattamento climatico a livello locale e territoriale.

Pubblicata dall’International Organization for Standardization, la norma aggiorna e sostituisce la precedente specifica tecnica del 2020, introducendo indicazioni più strutturate per trasformare l’analisi dei rischi climatici in interventi concreti e monitorabili nel tempo.

Lo standard copre l’intero ciclo dell’adattamento: dalla definizione del contesto e dall’analisi delle vulnerabilità fino alla selezione delle misure prioritarie, alla loro attuazione e alla valutazione dei risultati. L’obiettivo è supportare organizzazioni e comunità nel gestire in modo sistematico i rischi fisici legati al clima, come eventi meteorologici estremi, ondate di calore o alluvioni.

Pur essendo stato concepito principalmente per governi locali e comunità territoriali, l’ISO 14092 può essere applicato anche da imprese, utility e operatori infrastrutturali che devono affrontare rischi climatici legati al territorio in cui operano. La struttura della norma è infatti flessibile e scalabile, consentendo di adattarne l’applicazione a organizzazioni di dimensioni e complessità diverse.

La nuova versione rafforza in particolare la fase di implementazione delle misure di adattamento, introducendo indicazioni più dettagliate sul monitoraggio e sulla valutazione dell’efficacia degli interventi. In questo modo lo standard favorisce il passaggio da strategie dichiarative a piani operativi realmente attuabili.

Sebbene si tratti di uno standard volontario, l’adozione della ISO 14092 può inoltre facilitare l’allineamento con i principali quadri regolatori europei in materia di sostenibilità, come la CSRD e la Tassonomia UE, che richiedono una gestione sempre più strutturata dei rischi climatici.

Nel complesso, la nuova norma rappresenta un ulteriore passo verso un approccio più sistematico alla resilienza climatica, contribuendo a rafforzare il coordinamento tra analisi dei rischi, pianificazione territoriale e investimenti per la transizione.

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Casi di Successo

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