ESRS rivisti: il confronto si sposta su materialità, PMI, Scope 3 e interoperabilità internazionale
La revisione degli ESRS (European Sustainability Reporting Standards) entra in una fase sempre più concreta. Dopo il pacchetto Omnibus e il percorso di semplificazione avviato dalla Commissione europea, il dibattito non riguarda più solo la riduzione degli obblighi informativi, ma la qualità del nuovo impianto: quanto sarà chiaro, proporzionato e utile per imprese, investitori e stakeholder.
In questo confronto si inserisce la posizione dell’OIC (Organismo Italiano di Contabilità), che ha chiesto alla Commissione maggiore coerenza su alcuni punti critici: valutazione di materialità, informazioni lungo la catena del valore, emissioni Scope 3 e perimetro di rendicontazione delle PMI. Il tema è centrale perché la semplificazione non deve tradursi in nuove ambiguità operative. Per le imprese, soprattutto quelle coinvolte indirettamente nelle richieste informative dei grandi clienti, servono criteri chiari su quali dati raccogliere, con quale livello di dettaglio e fino a che punto lungo la filiera.
Un secondo fronte riguarda l’interoperabilità internazionale. NBIM (Norges Bank Investment Management), gestore del fondo sovrano norvegese, ha chiesto che gli ESRS rivisti consentano alle imprese di predisporre un unico report compatibile anche con gli standard ISSB (International Sustainability Standards Board). La richiesta riflette un’esigenza concreta: evitare duplicazioni tra framework europei e standard globali, soprattutto per le aziende esposte a mercati e investitori internazionali.
Anche Eurosif ha sollevato osservazioni sulla revisione, con particolare attenzione al rischio che alcune esenzioni possano ridurre la trasparenza degli asset gestiti e aumentare il rischio di greenwashing. Il punto, ancora una volta, è trovare un equilibrio tra alleggerimento degli oneri e affidabilità delle informazioni.
Per le imprese, il messaggio è chiaro: gli ESRS saranno probabilmente più snelli, ma non meno rilevanti. La qualità dei dati, la tracciabilità delle informazioni lungo la filiera, la coerenza tra reporting e strategia aziendale e la capacità di dialogare con standard internazionali resteranno elementi decisivi. La semplificazione riduce il formalismo, ma aumenta l’importanza di un reporting ESG solido, comprensibile e realmente utilizzabile dal mercato.
Resilienza climatica: l’adattamento entra nei modelli di credito e nei piani industriali
La sostenibilità climatica sta cambiando prospettiva. Per anni il focus principale è stato sulla mitigazione, cioè sulla riduzione delle emissioni di gas serra. Oggi, però, cresce l’attenzione anche sull’adattamento: la capacità delle imprese di prepararsi agli effetti fisici del cambiamento climatico, come eventi estremi, ondate di calore, siccità, alluvioni, interruzioni operative e danni alle infrastrutture.
Il tema non riguarda più solo la gestione ambientale, ma entra direttamente nei modelli di rischio, nei piani industriali e nelle valutazioni finanziarie. Banche, assicurazioni e investitori stanno iniziando a considerare la resilienza climatica come un indicatore della solidità dell’impresa: non basta dichiarare obiettivi di decarbonizzazione, occorre dimostrare di saper proteggere attività, stabilimenti, fornitori e continuità produttiva dagli impatti climatici.
Per le aziende, questo cambio di prospettiva ha conseguenze concrete. Una maggiore esposizione a rischi fisici non gestiti può incidere sui costi assicurativi, sull’accesso al credito, sulla valutazione dei piani di investimento e sulla capacità di garantire continuità ai clienti. Al contrario, imprese che integrano l’adattamento nei propri processi decisionali possono migliorare il dialogo con banche e stakeholder, ridurre vulnerabilità operative e rafforzare la propria affidabilità nel medio-lungo periodo.
L’adattamento richiede però un approccio strutturato. Significa mappare gli asset e i processi più esposti, valutare la vulnerabilità della catena di fornitura, stimare i possibili impatti economici degli eventi climatici e definire misure di prevenzione e risposta. In molti casi, può voler dire investire in infrastrutture più resilienti, sistemi di monitoraggio, piani di continuità operativa, gestione efficiente di acqua ed energia e aggiornamento delle coperture assicurative.
Il punto centrale è che la resilienza climatica sta diventando una componente della strategia aziendale. Per le imprese, non si tratta solo di proteggersi da rischi futuri, ma di dimostrare al mercato una maggiore capacità di pianificazione, gestione del rischio e continuità industriale. In un contesto climatico sempre più instabile, adattarsi diventa una condizione di competitività.
Bond ESG e costo del capitale: quando la sostenibilità riduce il costo del finanziamento
La sostenibilità sta diventando sempre più rilevante anche nel costo del capitale. Secondo un nuovo Quaderno di finanza sostenibile pubblicato da Consob, le obbligazioni ESG emesse da imprese italiane consentono, in media, di finanziarsi a condizioni più vantaggiose rispetto ai titoli tradizionali comparabili.
Il dato centrale è il cosiddetto greenium, cioè il differenziale di rendimento tra obbligazioni sostenibili e obbligazioni convenzionali. Lo studio Consob, basato su oltre 3.300 obbligazioni in circolazione a giugno 2025, rileva che in fase di emissione i bond sostenibili presentano un rendimento medio inferiore di circa un punto percentuale rispetto ai bond tradizionali. Per l’impresa, questo si traduce in un vantaggio concreto: minori interessi da pagare e quindi un costo del finanziamento più basso.
Il beneficio appare più evidente nel settore corporate, dove il collegamento tra raccolta di capitali e investimenti sostenibili è più diretto e verificabile. Il mercato sembra premiare soprattutto gli emittenti in grado di dimostrare con chiarezza l’utilizzo dei fondi e la coerenza tra strumenti finanziari, strategia aziendale e obiettivi ESG.
Un punto importante è che non basta applicare un’etichetta “green” al titolo. Secondo Consob, conta anche il profilo ESG complessivo dell’emittente: le imprese con rating ESG medio-alti tendono a beneficiare di condizioni migliori anche sulle emissioni convenzionali, perché percepite come più solide, meglio governate e meno esposte ai rischi di transizione, regolatori e reputazionali.
Il mercato finanziario si sta muovendo nella stessa direzione anche dal lato bancario. Il Piano di impresa 2026-2029 di Intesa Sanpaolo prevede che il 30% delle nuove erogazioni a medio-lungo termine sia destinato a finanziamenti sostenibili, per oltre 110 miliardi di euro, di cui circa 87 miliardi per la transizione green e 25 miliardi per iniziative a impatto sociale.
Per le imprese, il messaggio è chiaro: la sostenibilità non incide solo sulla reputazione, ma può influenzare direttamente l’accesso ai capitali e il costo del debito. Per beneficiare di queste opportunità servono però progetti credibili, dati solidi, obiettivi misurabili e una strategia ESG coerente con il modello di business.
SBTi ed engagement: dai target net zero ai risultati verificabili
La transizione climatica entra in una fase più matura. Con la nuova strategia 2026-2030, la SBTi (Science Based Targets initiative) punta a rafforzare il proprio ruolo: non solo supportare le imprese nella definizione di obiettivi climatici coerenti con la scienza, ma aiutarle a trasformare quei target in risultati concreti, misurabili e verificabili.
Il cambio di prospettiva è importante. Negli ultimi anni molte aziende hanno definito obiettivi di riduzione delle emissioni e piani net zero, ma mercato, investitori e stakeholder chiedono sempre più evidenze sui progressi effettivi. Il tema non è più solo “avere un target”, ma dimostrare come l’impresa stia riducendo le proprie emissioni, quali azioni abbia avviato e quanto il percorso sia integrato nella strategia industriale.
La nuova roadmap SBTi insiste proprio su questo passaggio: standard più pratici, strumenti più vicini alle esigenze operative delle imprese, maggiore trasparenza dei dati e migliore misurazione dei risultati. L’obiettivo è ridurre la frammentazione tra framework climatici e rendere più semplice per le aziende confrontare la propria performance, individuare le aree critiche e accelerare gli interventi più efficaci.
La stessa direzione emerge anche dal lato degli investitori. L’esperienza del Forum per la Finanza Sostenibile mostra infatti come l’engagement, cioè il dialogo strutturato tra investitori ed emittenti sui temi ESG, stia diventando uno strumento sempre più utilizzato per sollecitare obiettivi chiari, roadmap trasparenti e progressi misurabili. Nel monitoraggio condotto durante la Sustainability Week di Borsa Italiana, le società coinvolte mostrano segnali di avanzamento: l’adesione al CDP (Carbon Disclosure Project) resta elevata, aumentano le strategie di adattamento climatico e i piani formalizzati di decarbonizzazione, mentre le aziende con target validati SBTi sono passate dal 22% al 35% in un anno.
Per le imprese, gli impatti sono sia positivi sia sfidanti. Da un lato, un percorso climatico credibile può rafforzare la reputazione, migliorare il dialogo con investitori e clienti, ridurre i rischi di transizione e sostenere l’accesso a finanza sostenibile. Dall’altro, aumenta la pressione sulla qualità dei dati, sulla governance interna e sulla capacità di collegare obiettivi climatici, investimenti, processi produttivi e catena di fornitura.
Il tema si inserisce in un contesto più ampio: la transizione sostenibile non è più solo un’agenda ambientale, ma una leva di competitività in un mondo segnato da instabilità geopolitica, dipendenza energetica, scarsità di risorse e trasformazione industriale.
Per le aziende, la priorità è passare da dichiarazioni generali a piani operativi: definire responsabilità interne, rafforzare il monitoraggio delle emissioni, collegare i target agli investimenti e comunicare i progressi in modo trasparente. Il net zero, per essere credibile, deve diventare parte della gestione aziendale quotidiana.
Parità di genere nelle PMI: da tema sociale a leva organizzativa e competitiva
La parità di genere sta assumendo un ruolo sempre più rilevante anche nelle PMI. Non è più solo un tema di responsabilità sociale, ma un fattore che incide su organizzazione interna, attrazione dei talenti, clima aziendale, reputazione e qualità della governance.
In questo contesto si inserisce il convegno “Parità di genere nelle imprese: a che punto siamo?”, promosso a Vicenza da Associazione INHUB in collaborazione con UNI, con il contributo di Banca Generali. L’incontro ha fatto il punto sull’evoluzione della cultura inclusiva nelle imprese italiane e sullo stato di applicazione della UNI/PdR 125:2022, la prassi di riferimento che definisce criteri, indicatori e strumenti per la certificazione della parità di genere.
Per le PMI, il valore della certificazione non sta solo nel riconoscimento formale. Il percorso richiede infatti di lavorare su aree concrete: cultura e strategia, governance, processi di gestione delle risorse umane, opportunità di crescita, equità retributiva, tutela della genitorialità e conciliazione vita-lavoro. In altre parole, spinge le imprese a trasformare il principio della parità in processi, responsabilità e obiettivi misurabili.
L’esperienza presentata da Banca Generali conferma che il tema può essere affrontato con strumenti pratici: politiche interne, formazione, welfare aziendale, monitoraggio dei divari, sostegno alla leadership femminile e coinvolgimento del management. Per le realtà più piccole, il punto non è replicare modelli complessi, ma individuare azioni proporzionate alla propria struttura e capaci di generare miglioramenti reali.
Gli impatti per le imprese sono sia interni sia esterni. Internamente, un’organizzazione più inclusiva può migliorare motivazione, retention, sviluppo delle competenze e qualità del lavoro. Verso il mercato, invece, la parità di genere può rafforzare il posizionamento dell’impresa nei confronti di clienti, banche, investitori e partner di filiera, sempre più attenti alla dimensione sociale della sostenibilità.
Per le PMI, quindi, la parità di genere non va letta come un adempimento separato dal business, ma come un percorso di crescita organizzativa. Iniziare da dati, policy e pratiche concrete può aiutare a costruire ambienti di lavoro più equi, attrattivi e competitivi.




