CSRD post-Omnibus: la semplificazione degli ESRS non supera il nodo della doppia materialità
La revisione degli European Sustainability Reporting Standards (ESRS) conferma una direzione ormai chiara: l’Unione europea punta a semplificare gli obblighi di rendicontazione, ma senza rinunciare all’impianto distintivo della CSRD, fondato sulla doppia materialità. La proposta pubblicata dalla Commissione europea riduce in modo significativo il numero di informazioni richieste, ma non introduce un pieno allineamento con gli standard internazionali ISSB, più orientati alla prospettiva degli investitori.
Il tema è rilevante perché negli ultimi mesi era cresciuta l’aspettativa di una maggiore convergenza tra il modello europeo e quello internazionale. L’obiettivo, soprattutto per le grandi imprese multinazionali, era ridurre duplicazioni, costi e complessità nella gestione di framework diversi. La Commissione, tuttavia, sembra aver scelto una linea di equilibrio: alleggerire gli ESRS, ma preservare la logica europea, che considera sia gli impatti dell’impresa su ambiente e società, sia gli effetti dei temi ESG sulla performance economico-finanziaria.
Le bozze riviste degli ESRS, avviate a consultazione pubblica dopo il pacchetto Omnibus, prevedono una forte riduzione dei datapoint, maggiore chiarezza nella struttura degli standard e nuove flessibilità nella raccolta delle informazioni lungo la catena del valore. Tra le novità più rilevanti rientra anche il cosiddetto value chain cap, pensato per limitare le richieste informative che le imprese soggette a CSRD possono rivolgere ai partner della filiera con meno di 1.000 dipendenti, facendo riferimento allo standard volontario VSME. La consultazione resterà aperta fino al 3 giugno, prima dell’adozione degli atti delegati da parte della Commissione.
La semplificazione, quindi, è concreta, ma non elimina del tutto la complessità. Le imprese che vorranno dichiararsi compliant anche con gli standard ISSB dovranno continuare a utilizzare le linee guida di interoperabilità e, in alcuni casi, integrare ulteriori disclosure. Il risultato è un sistema più snello rispetto alla prima versione degli ESRS, ma ancora inserito in un contesto globale multi-standard.
Per le aziende, il punto centrale resta quindi la qualità del processo di rendicontazione: materialità, governance del dato, presidio della filiera e coerenza tra informativa ESG e strategia aziendale continueranno a essere elementi decisivi, anche in un quadro regolatorio semplificato.
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Supply chain ESG: la sostenibilità entra nelle strategie d’acquisto e nella gestione dei fornitori
La sostenibilità sta diventando un criterio sempre più centrale nelle strategie di acquisto e nella gestione delle catene di fornitura. Non si tratta più solo di raccogliere informazioni ESG a fini reputazionali o regolatori, ma di utilizzare dati ambientali e sociali per valutare meglio i rischi, rafforzare la resilienza operativa e orientare le decisioni di procurement.
Secondo il Purpose Report 2025 di EcoVadis, oltre 2.500 miliardi di dollari di spesa globale vengono oggi gestiti utilizzando dati e valutazioni di sostenibilità dei fornitori. Il dato conferma un cambio di passo: le imprese stanno integrando sempre più informazioni su emissioni, diritti umani, condizioni di lavoro e performance ambientali nei processi di selezione e monitoraggio della supply chain. Nel 2025, inoltre, 55.838 imprese hanno condiviso almeno un indicatore relativo alle emissioni di gas serra, mentre le aziende sottoposte a valutazioni ripetute hanno migliorato mediamente di 15 punti il proprio punteggio ESG rispetto alla prima analisi.
Il tema è particolarmente rilevante perché gran parte degli impatti ambientali e sociali di un’organizzazione si concentra nella filiera estesa. Per questo motivo, le emissioni Scope 3, le condizioni di lavoro presso i fornitori e la qualità dei dati raccolti diventano elementi sempre più importanti per prevenire interruzioni operative, rischi reputazionali, costi regolatori e perdita di competitività.
In questa direzione si inseriscono anche nuove soluzioni tecnologiche per l’engagement dei fornitori, come quella lanciata da Bureau Veritas attraverso la divisione AITrack Solutions. La piattaforma consente di raccogliere, validare e integrare dati specifici dei fornitori su LCA, EPD ed emissioni, supportando la costruzione di inventari Scope 3 più affidabili. L’obiettivo è superare l’approccio basato su stime generiche o questionari standardizzati, favorendo dati più verificabili e direttamente collegati ai prodotti e ai processi della catena di fornitura.
Il punto centrale è quindi la qualità dell’informazione. Le imprese che riescono a strutturare dati ESG solidi lungo la filiera possono prendere decisioni più rapide, migliorare il presidio dei rischi e rafforzare il dialogo con clienti, investitori e partner commerciali. La sostenibilità della supply chain sta diventando, sempre più, una leva concreta di competitività e continuità del business.
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La sostenibilità come leva di crescita: le imprese più ESG performano meglio
La sostenibilità viene sempre più letta come una leva di crescita e non soltanto come un obbligo regolatorio. È quanto emerge dal Rapporto di Primavera 2026 di ASviS, secondo cui le imprese manifatturiere con un alto profilo ESG crescono oltre il 16% in più rispetto a quelle meno impegnate sui temi ambientali, sociali e di governance. Il dato rafforza l’idea che l’integrazione della sostenibilità nei processi aziendali possa tradursi in maggiore competitività, produttività e capacità di investimento.
Il rapporto evidenzia differenze significative anche su altri indicatori economici. Tra il 2017 e il 2024 i ricavi delle imprese High-ESG sono aumentati del 65%, contro il 55% delle Low-ESG; l’occupazione dipendente è cresciuta del 40%, rispetto al 28% delle aziende meno sostenibili; gli investimenti immateriali hanno registrato un incremento del 167%, contro il 97% delle altre imprese. Anche le prospettive appaiono più favorevoli: il 42% delle imprese High-ESG prevede un aumento del fatturato nel 2026, contro il 21% di quelle con basso profilo ESG.
Questi risultati mostrano come la sostenibilità non sia più un elemento separato dalla performance economica, ma una componente sempre più collegata alla qualità del modello di business. Le imprese più mature sul piano ESG risultano spesso più aperte dal punto di vista manageriale, più orientate all’internazionalizzazione e più capaci di affrontare mercati complessi, standard elevati e richieste crescenti da parte di clienti, investitori e filiere.
La stessa tendenza emerge anche nel settore food, analizzato da Deloitte in collaborazione con l’Università degli Studi di Parma. Lo studio mostra che il 70% delle aziende alimentari analizzate dichiara obiettivi ESG specifici e misurabili, confermando una crescente consapevolezza della sostenibilità come leva strategica di competitività e creazione di valore. Nel comparto alimentare, temi come cambiamento climatico, economia circolare, consumatori e forza lavoro risultano particolarmente rilevanti, perché incidono direttamente su qualità, sicurezza, reputazione e resilienza delle filiere.
Nel complesso, il dato più interessante è che la sostenibilità produce valore quando entra nella pianificazione strategica e non resta confinata alla rendicontazione. Per le imprese, questo significa trasformare gli obiettivi ESG in scelte operative, investimenti, innovazione e gestione più strutturata dei rischi.
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SFDR 2.0: la finanza sostenibile verso etichette più rigorose e meno greenwashing
La revisione della Sustainable Finance Disclosure Regulation (SFDR) punta a rendere più chiaro, comparabile e credibile il mercato europeo dei prodotti finanziari sostenibili. Il regolamento, nato per standardizzare le informazioni ESG fornite dagli operatori finanziari, ha progressivamente generato alcune ambiguità: le categorie Articolo 8 e Articolo 9, pensate inizialmente come regimi di disclosure, sono state spesso utilizzate dal mercato come vere e proprie etichette ESG, aumentando il rischio di greenwashing.
Per superare questa criticità, la riforma propone un nuovo sistema di classificazione dei prodotti finanziari, articolato in tre categorie: Sustainable, per i prodotti che contribuiscono direttamente a obiettivi ambientali o sociali; Transition, per quelli orientati a finanziare percorsi credibili di transizione; ed ESG Basics, per i prodotti che integrano fattori ESG nei processi di investimento senza raggiungere i requisiti più stringenti delle prime due categorie.
La bozza del Parlamento europeo rafforza ulteriormente questa impostazione, introducendo requisiti più severi in materia di trasparenza. Tra le novità principali rientra l’obbligo di rendicontare un set minimo di Principal Adverse Impacts (PAI) per i prodotti appartenenti alle nuove categorie, così da rendere più confrontabili gli impatti negativi ambientali e sociali dei fondi. Viene inoltre previsto un approccio “comply or explain” sulle strategie di engagement, chiedendo ai gestori di spiegare come dialogano con le società partecipate o, in alternativa, perché non lo fanno.
Particolare attenzione viene posta anche alle misure anti-greenwashing. I prodotti che non rientrano nelle nuove categorie, ma continuano a utilizzare riferimenti ESG o sostenibili nella comunicazione commerciale, dovranno esplicitare che non soddisfano gli standard europei previsti per i prodotti sostenibili. Per la categoria ESG Basics, inoltre, la bozza propone l’esclusione di almeno il 20% degli investimenti con i rating di sostenibilità più bassi.
Le reazioni degli operatori sono complessivamente positive, ma non prive di richieste correttive. Il Forum per la Finanza Sostenibile sostiene l’impianto della riforma, ma chiede di preservare il principio DNSH e gli indicatori PAI come strumenti fondamentali per garantire un approccio integrato alla sostenibilità. Anche Eurosif considera la bozza una buona base di lavoro, evidenziando però la necessità di adattare criteri e soglie alle diverse asset class, come private markets, real estate e strumenti sovrani.
Nel complesso, la riforma SFDR segna il passaggio da un sistema basato soprattutto sulla disclosure a un modello più orientato a criteri, categorie e informazioni verificabili. Per il mercato, la sfida sarà trovare un equilibrio tra semplificazione, tutela degli investitori e rigore metodologico, evitando che la sostenibilità finanziaria resti un’etichetta difficile da interpretare.
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Dall’ESG ai megatrend: gli investitori diventano più selettivi
Nel mondo degli investimenti la sostenibilità non sembra essere stata abbandonata, ma sta attraversando una fase di riposizionamento. Il tema ESG viene oggi letto in modo meno generico e sempre più collegato a priorità concrete come sicurezza energetica, competitività industriale, resilienza delle infrastrutture e frammentazione geopolitica.
È questa la lettura proposta da Manuela Mazzoleni, Direttrice Sostenibilità e Capitale Umano di Assogestioni, secondo cui non si assiste a un vero arretramento, ma a una fase di normalizzazione e maturazione del mercato. Gli investitori istituzionali continuano a considerare i fattori ESG una leva per la gestione dei rischi e la creazione di valore, anche se il linguaggio della sostenibilità si sta adattando a un contesto più complesso. Temi come autonomia energetica, elettrificazione, rinnovabili ed efficienza diventano quindi parte integrante della nuova lettura degli investimenti sostenibili.
Questa evoluzione emerge anche nell’approccio descritto da Giancarlo Sandrin di L&G, secondo cui gli investitori stanno diventando più selettivi. L’interesse si sta spostando da strategie ESG generaliste verso temi più specifici e legati a dinamiche economiche di lungo periodo, come clean energy, smart grid, batterie, infrastrutture elettriche e gestione delle risorse idriche. In particolare, il settore dell’acqua viene letto come un’area che combina caratteristiche difensive e opportunità di crescita, grazie agli investimenti necessari in reti, tecnologie di monitoraggio, riduzione delle perdite, trattamento e purificazione.
Anche il quadro tracciato da Amundi Investment Institute conferma che il prossimo decennio sarà caratterizzato da volatilità strutturale, inflazione più persistente, debito elevato e frammentazione geopolitica. In questo scenario, la costruzione dei portafogli richiederà maggiore attenzione a resilienza, diversificazione e selezione delle asset class. Transizione energetica, digitalizzazione, infrastrutture, intelligenza artificiale e autonomia strategica diventano così driver rilevanti non solo dal punto di vista ambientale, ma anche finanziario e industriale.
Il punto centrale è che la sostenibilità sta entrando in una fase più matura: meno basata su etichette generiche e più orientata a temi misurabili, trend strutturali e capacità di generare valore nel lungo periodo. Per imprese e investitori, questo significa che i fattori ESG restano rilevanti, ma devono essere letti dentro una strategia più ampia di gestione del rischio, innovazione e competitività.
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